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Cervello e “strane” reazioni al Coronavirus: agire o reagire?

Ognuno di noi – in questi giorni di quarantena –  ha avuto la possibilità di osservare le proprie e le altrui reazioni alla grave emergenza generata dal pericolo della pandemia da COVID-19.

Molti di questi comportamenti (o meglio reazioni istintive) non sono l’esito di una elaborazione razionale delle informazioni in entrata, quanto più reazioni istintive alla cui base vi è il tentativo del nostro cervello di ristabilire il controllo su sé stessi e sull’ambiente circostante.

Cervello e Coronavirus

FARE SCORTE, CUCINARE, PULIRE E MANGIARE TROPPO…

La paura della morte, dell’eventualità di una recessione economica con conseguente scarsità delle risorse, porta l’essere umano a sviluppare compulsioni di accumulo, inoltre, quando un problema è molto grande, il cervello tenta di “ridurlo” cercando di padroneggiare tutte quelle attività nelle quali posso sentirmi ancora “efficace” e non impotente come nel caso del COVID-19. Mi concentro su quello che mi fa ancora illudere di avere controllo, piuttosto che affrontare l’ansia di averlo perso.

Inoltre il nostro cervello, regredisce a stadi primitivi, per cui cerca di “accumulare anche peso” come anche di “sistemare la tana”, combattendo i batteri casalinghi non potendo difenderci realmente dal covid-19. La pressione mediatica e la gestione della pandemia non aiutano poiché la reclusione genera nell’uomo come in altri mammiferi una regressione a condotte compulsive estenuanti e auto-aggressive.

ABBIAMO TANTO TEMPO MA SIAMO COLTI DA SMARRIMENTO E PIGRIZIA.

La quarantena ci mette di fronte a noi stessi, ai nostri limiti, alle catene delle nostre dipendenze, ma ci fornisce anche prezioso tempo da utilizzare per tutte quelle cose che non facciamo perché solitamente non abbiamo tempo. E invece eccoci qui a ciondolare tutto il giorno per casa… perché?

Il cervello segue un principio di “economia cognitiva”, risparmia sinapsi e potenziali d’azione in favore di “processi automatici”.

La nostra famose “abitudini” … la vita abitudinaria che abbiamo sempre odiato ora ci manca, perché è nelle routine che troviamo un senso di rassicurazione. Il nostro cervello mette in moto una sorta di pilota automatico permettendoci di dedicare le altre energie ad attività che necessitano lo sforzo di un processo cognitivo più elaborato. Per questo è importante non lasciarsi sopraffare da confusione e pigrizia, ristabilendo nuove routine compatibili con le nuove esigenze di adattamento sia in casa che a lavoro.

PERCHÉ’ VEDIAMO IL COVID-19 COME UN MOSTRO CATTIVO VENUTO A ROVINARCI LA VITA?

Qui entra in ballo l’educazione. Cosa ci hanno insegnato i nostri genitori? Ci hanno aiutato a fronteggiare gli eventi negativi della vita e a considerarli parte di essa oppure ci hanno protetto, facendo da muro per ogni granellino di sabbia sul nostro sentiero? Ci hanno forse detto che attraverso la preghiera o il comportamento esemplare è possibile “difendersi dal male della vita” … beh questo è falso. Ecco perché oggi siamo in fortissima dissonanza con questo evento e facciamo fatica lavorare sull’accettazione; semplicemente le pandemie fanno parte della vita e della nostra storia oltre che del nostro patrimonio genetico (guerre, pandemie passate – la memoria è presente nel nostro DNA).

PERCHÉ’ ANCHE SE FACCIO SPORT, MANGIO BENE E DORMO NON RIESCO A CALMARMI?

Questo evento va considerato un evento traumatico, fuori dal normale, come un grave lutto, per questo il cervello mette in moto tutte le sue difese arcaiche collegate al cervello primitivo (sistema limbico) e ci tiene “svegli” in stato di perenne ipervigilanza, al fine di renderci più pronti a reagire se serve.

L’OGGETTO INDEFINITO E L’ANGOSCIA REATTIVA

L’attesa e l’invisibilità del nostro “nemico” ci fa perdere l’illusione del controllo, quello che Freud chiamava lo SCHUTZT (scudo) di protezione simbolico e poi neanche così tanto simbolico…a difesa della nostra vulnerabilità fisica e psichica.

Ciò determina un profondo senso di inquietudine e angoscia reattiva che è ben diverso dalla tristezza o dalla paura motivata, perché il nostro cervello ricerca un oggetto a cui “attribuire la responsabilità” di un evento negativo al fine di fronteggiarlo meglio. Quando ciò non è possibile (ridurlo, proiettarlo etc..) ecco che la nostra “finestra di tolleranza” non può contenere il trasudo emotivo della faccenda.