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Silvia Michelini, psicologa in Roma
 

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Il mio metodo

Mi chiamo Silvia Michelini, sono una Psicologa di Roma iscritta all’Albo degli Psicologi del Lazio (nr.18762) e mi occupo di PSICOLOGIA DELLE RELAZIONI (Attaccamento, Affettività) e MINDFULNESS

Il mio approccio alla terapia psicologica è CENTRATO SULLA RELAZIONE; è un metodo che integra vari approcci: teoria dell’attaccamento, teoria cognitivo comportamentale, teoria sistemico-relazionale, neuroscienze in ambito relazionale, Buddismo Zen (Mindfullness e Meditazione di Consapevolezza).

Il senso del percorso terapeutico secondo questo approccio è racchiuso nei concetti di ACCETTAZIONE, INTEGRAZIONE e CONSAPEVOLEZZA.

Siamo esseri sociali, nati per entrare in contatto con l’Altro, ci siamo evoluti in piccole comunità e in contesti naturali; la comunità poteva in alcuni casi, colmare eventuali carenze affettive o pratiche del nucleo familiare.
Siamo “Sistemi Complessi”, cresciamo sviluppando via via una “complessità” maggiore, intesa come ricchezza, ma anche come capacità di saper affrontare sfide evolutive sempre più difficili; siamo spinti dalla motivazione alla conoscenza, ma anche da innati istinti di sopravvivenza, che generano in noi conflitti tra il desiderio di evolversi, di creare qualcosa di nuovo, di essere autonomi e quello di sicurezza, di appartenenza, di contatto e di vicinanza con le cose e le persone che ci fanno sentire “a casa”.
Oggi non sempre esiste la possibilità di crescere in un contesto di relazioni sano; viviamo in una società feroce, molto lontana dalle nostre esigenze fisiche, psicologiche ed affettive, che ci offre scarse opportunità di relazione sia in termini di qualità che di quantità; siamo spesso soli, non abbiamo sempre la possibilità di maturare affettivamente, imparare a relazionarci, stabilire relazioni appaganti e sane.

E’ possibile guarire dai traumi relazionali, dagli schemi relazionali disfunzionali , star bene con se stessi e imparare a relazionarsi in modo sano con gli altri?
Ognuno di noi nasce manifestando bisogni di nutrimento, accudimento, protezione, amore e cura e con la capacità innata di richiedere attenzioni, al fine di soddisfare queste esigenze.
In tal senso “gli altri”, in primis le figure di accudimento primarie (genitori, care-givers) possono rappresentare per noi una conferma di amore, riconoscimento e appagamento oppure una delusione, una sofferenza e qualche volta, sono proprio coloro che dovrebbero amarci e sostenerci ad infliggerci le prime ferite e nel peggiore dei casi, a fornirci un contesto di crescita traumatico. (abusi, incuria, maltrattamenti, abbandoni, separazioni, violenze psicologiche..).
Le conseguenze psicologiche emotive e comportamentali dell’abuso sono determinate da un’alterazione permanente di determinati sistemi neurali, per così dire, il cervello di una persona abusata o maltrattata, si modifica, in modo duraturo e stabile.
Le esperienze negative, traumatiche che viviamo nell’infanzia, compromettono definitivamente il funzionamento di determinati sistemi neurali ivi compresi le funzioni che questi sistemi regolano e mediano. E come dire, si altera sia l’origine di un pensiero e di un’emozione che il pensiero e l’emozione stessa.
Il trauma vissuto in infanzia è più grave di quello in età adulta, perché determina effetti più nefasti sulla personalità rispetto ad un trauma vissuto in età adulta.
Un bambino è più sensibile alle mancate cure, al maltrattamento e all’abbandono rispetto ad un adolescente o un adulto, per questo più un bambino è piccolo più gli effetti di un eventuale abuso, maltrattamento o negligenza saranno gravi sulla sua personalità da adulto.
Da adulti ci si relaziona con se stessi e con gli altri (cose, persone, fatti, eventi) in base a ciò che abbiamo appreso in infanzia (modelli di pensiero, di comportamento, di relazione) e non sempre questi modelli sono funzionali; spesso si basano sulla paura dell’abbandono e li creiamo per evitare di rivivere il dolore e la delusione affettiva che la nostra memoria, conscia o inconscia ha registrato nelle nostre prime esperienze.
I nostri modelli di relazione sono spesso scudi, armature, che ci difendono dalla possibilità di provare dolore, ma nello stesso tempo anche dalla possibilità di gioire, di entrare in contatto con gli altri.
La neurobiologia ci insegna, che il cervello umano termina il suo processo di maturazione biologica nel primo anno di vita; le prime aree che maturano sono quelle inferiori, (cervello arcaico) e via via si sviluppa anche la corteccia, connessa alle funzioni cerebrali superiori (cognizione, pensiero..etc.).
La parte inferiore del cervello (diencefalo e tronco encefalico) gestisce le funzioni primarie più semplici, come le funzioni regolatorie (respirazione, temperatura, battito cardiaco..etc..), mentre le funzioni superiori (pensiero astratto..etc) sono mediate dalle strutture corticali complesse.
Se il cervello umano, si forma e si modifica in base all’intensità e al tipo di esperienze che un soggetto vive, è possibile affermare che LA PAURA e il CAOS sono pattern che si stabilizzano a causa dell’attivazione costante e ripetuta del sistema di allarme del cervello risposta allo stress ambientale.
Una persona con un trauma affettivo, reale o percepito come tale, è una persona che vive in costante allarme, come se dovesse continuamente difendersi da una minaccia reale o immaginaria.
I suoi livelli di stress sono sempre alti e per questo, soffre di ansia, attacchi di panico, aggressività, depressione, isolamento ed altri sintomi psicologici correlati ad un deficit della capacità di auto-regolazione e di integrazione.
Il tipico assetto emotivo, cognitivo e comportamentale di una persona che ha subito abusi e/o maltrattamenti durante l’infanzia sono da ricondurre al tentativo del bambino di formulare delle risposte adattive agli eventi traumatici subiti.
Questi sintomi includono l’ipervigilanza, l’impulsività, l’ansia, difficoltà nella regolazione degli affetti, insonnia o problemi legati al sonno e un’altra serie di problemi e disfunzionalità che sono connesse ai pattern neurali di risposta alle allo stress ambientale.
Per fortuna però, il cervello può apprendere e modificare o creare nuovi circuiti cerebrali anche in età adulta; continua ad evolvere e può modificarsi per tutta la vita, perché è plastico (plasticità neuronale), ciò significa che la terapia psicologica, a qualsiasi età può guarirci o aiutarci a favorire nuovi apprendimenti, intesi come “cambiamento” o “accettazione”. (long-life learning perspective).
La mente umana per crescere in modo sano, deve poter contare su un contesto affettivo stabile, sicuro, fatto di amore e di cure, che gli permettano di sviluppare le capacità di regolazione e una buona capacità di tollerare le difficoltà (finestra di tolleranza affettiva) e queste condizioni possono essere ricreate in una terapia psicologica.
E’ importante imparare a relazionarsi con se stessi e con gli altri, risanando le ferite e i traumi del passato e ciò è possibile in un contesto di relazione terapeutica affettivamente sicuro, che ci permette di RE-integrare i contenuti mentali ed affettivi dolorosi e dar loro un significato e di riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri (intelligenza emotiva), per far sì che i traumi di ieri non siano i traumi di domani.

PERCHE’ LA MINDFULNESS
Il concetto di Mindfulness deriva dagli insegnamenti del Buddismo (Vipassanā), dello Zen, e dalle pratiche di meditazione Yoga.

Mindfulness è una modalità di prestare attenzione, momento per momento, nell’hic et nunc, in modo intenzionale e non giudicante, al fine di risolvere (o prevenire) la sofferenza interiore e raggiungere un’accettazione di sé attraverso una maggiore consapevolezza della propria esperienza che comprende: sensazioni, percezioni, impulsi, emozioni, pensieri, parole, azioni e relazioni.
Migliorare questa modalità di prestare attenzione permette di cogliere, con maggiore prontezza, il sorgere di pensieri negativi che contribuiscono al malessere emotivo.

La padronanza dei propri contenuti mentali e degli stili abituali di pensiero (capacità di automonitoraggio e metacognizione) permette maggiori possibilità di esplorazione, espressione e cambiamento di tali contenuti.
Una gran quantità di pensieri negativi deriva dalla critica che il soggetto fa a sé stesso per il fatto di sentirsi ansioso, depresso o a disagio.
Ai pensieri negativi (primari) che alimentano i disagi emotivi, si aggiungono ulteriori pensieri improduttivi (secondari) su di sé.
Si è arrivati ad osservare che gran parte della sofferenza dipende infatti dall’identificazione coi pensieri (“io sono i miei pensieri”, “i pensieri sono fatti”), mentre il primo passo verso il cambiamento avviene grazie ad un allontanamento cognitivo dalle esperienze che si impongono nel campo di coscienza (“io ho dei pensieri”, “i pensieri sono ipotesi”).
Tale cambiamento genera la capacità flessibile di operare, quando necessario, un distacco dai contenuti mentali, che consente di osservarli con maggiore chiarezza.
Questo distacco diminuisce la reattività automatica che conduce ogni essere umano a profondere rapidi sforzi per evitare la sofferenza.
Questi sforzi, ironicamente, possono essere di per sé apportatori di ulteriore sofferenza, poiché si basano su ideali irrealistici di “trasparenza” emotiva, rimarcano l’inaccettabilità del momento presente e pongono gli obiettivi di felicità nel futuro.
La mindfulness promuove esperienze di accoglimento del presente, di comprensione più ampia e delicata delle difficoltà e di tolleranza delle emozioni e delle percezioni negative quali esperienze da includere ed attraversare con equanimità nel proprio percorso esistenziale.
Di notevole interesse è la mole di evidenze scientifiche che attestano gli effetti della pratica meditativa assidua su alcune strutture anatomiche chiave del cervello adibite alla regolazione delle emozioni e sull’attività cellulare di interi distretti dell’organismo.
(Da Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Mindfulness)