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Faccio seguito a un lungo elenco di messaggi, mail e lettere che inviate il cui oggetto sono i percorsi terapeutici che seguite e la richiesta di un monitoraggio da parte mia; possiamo riassumere i quesiti in un unico spunto di riflessione comune: Perché la psicoterapia a volte non funziona? E’ la terapia “giusta per me”?, sto facendo la psicoterapia giusta per meQuale psicoterapia mi serve? La psicoterapia mi aiuta veramente? Mi fido veramente dello psicologo con cui sto lavorando? Mi sto realmente impegnando in un percorso di crescita in prima persona? Domande leit motiv:

  • Dottoressa io già vado in terapia, ma….
  • Dottoressa ho già fatto molte psicoterapie, ma tutte sono state inutili, perché i terapeuti non mi capiscono…. Lei potrà aiutarmi vero?
  • Ho buttato tempo e soldi per dieci anni in una terapia classica, lei che ha un altro metodo, mi aiuterà vero?
  • Dottoressa il mio psicologo dice che… è vero?, anche lei concorda?
  • Dottoressa il mio psicologo dice che devo smettere di vedere questa persona, io però lo/la amo, può darmi consigli su come fare?
  • Si lo so dovrei fare questo e quello, ma a me non va, quando guarisco?
  • Vado già da 1 anno a parlare con lo psicologo ma non succede nulla, mi ha solo tolto soldi! Cosa faccio?
  • Dottoressa sono io che non mi impegno abbastanza nella terapia oppure lo psicologo non è competente?..
  • Dottoressa, io sono una persona difficile! Non credo che troverò mai nessuno che mi possa aiutare, lei ha suggerimenti?

Se una persona si rivolge ad uno specialista competente, ma il problema per cui si è recato da lui/lei resta  – e in generale al di la del sintomo specifico –  non avverte un senso di crescita, comprensione o beneficio – cosa non sta funzionando? se avverte che non funziona, come mai ci va da “anni”?

In questo articolo proverò a definire alcuni aspetti che possono contribuire al fallimento terapeutico e che possono essere ricondotti a 5 punti fondamentali:

  • Abilità del terapeutascarsa preparazione clinica, (che può portare il terapeuta a stabilire obiettivi di lavoro inadeguati per quel tipo di problematica) e assenza di chiarezza verso il cliente riguardo la sua diagnosi. La diagnosi non è un etichetta giudicante e definitiva che segna il destino di una persona “sei un depresso” – ma una comune lettura (day by day) della problematica che si affronta e non è quindi un’attribuzione passiva e definitiva, ma la traduzione e la riduzione pratica della sofferenza/sintomi in parole/categorie che possano essere più gestibili, con l’obiettivo di “snellire la complessità”, il che non significa sminuire, ma alleggerire. Alleggerendo alcuni pesi possiamo portarne di più e di conseguenza aumenta la NOSTRA complessità non quella del problema. Per questo la diagnosi è un dialogo su chi siamo oggi (dico siamo perché anche i terapeuti dovrebbero essere diagnosticati e auto-diagnosticarsi ogni giorno) e non una sentenza immutabile di partenza. Le abilità cliniche di un terapeuta dovrebbero essere anche quelle di distinguere un problema medico da uno psicologico, soprattutto in patologie somatoformi suggerendo esami medici se necessario (esempio attacchi di panico o problemi al cuore?).
  • La motivazione del cliente ad uscire dalla sua zona di comfort (vantaggio secondario del sintomo) e del terapeuta ad impegnarsi (non solo a livello tecnico), ma anche umano, etico e morale all’interno di un setting e di confini ben precisi, che devono essere rispettati.
  • Aspettative irrealistiche: stereotipi o false credenze sullo psicologo e sulla terapia.
  • Alleanza terapeutica (compliance): Scarso impegno del paziente/cliente nonostante i richiami/evidenze del terapeuta rispetto alcuni comportamenti /schemi, già analizzati a livello psicodinamico che necessitano solo di essere interrotti. Se non ci sono i richiami (highlights) ma solo un ascolto passivo, interrogatevi se va bene per voi quel metodo.
  • Paura di cambiare per se stessi o per gli altri.

 

Abilità del terapeuta

Questo punto richiederebbe un articolo a se stante,  ma in linea generale, le abilità di un terapeuta le comprendiamo dal suo CV, dal suo carattere (non si può essere eccessivamente rigidi, silenziosi, distaccati, perché mettere l’altro a proprio agio implica un minimo di abilità empatiche, sociali e comunicative – intelligenza emotiva – e non solo da parte del paziente), dall’approccio, il grado di conoscenza (sapienza) e dal numero di casi seguiti (esperienza clinica/sul campo) sia come professionista che durante la formazione. La scelta dello psicologo va fatta con un certo grado di coscienza del proprio problema e di se stessi: la fiducia, le competenze, le preferenze personali, la simpatia e l’esperienza sono tutti aspetti fondamentali. La scuola di specializzazione di moda al momento o il fatto che uno psicoterapeuta “abbia studiato” una determinata tecnica o teoria, non significa che poi quel terapeuta, vada bene per noi, che abbia potuto sperimentare queste abilità teoriche nel pratico o abbia la personalità per trasmetterle; ciò vuol dire che avrà molta coscienza teorica/tecnica e poca consapevolezza della realtà clinica e cioè di come poi funziona il mondo reale.

Non vuol dire che quello che studiamo all’università è irreale, ma che in psicologia trattiamo qualcosa che non si vede, ma c’è… e non sempre durante la formazione, viene spiegato in modo chiaro al giovane terapeuta come mettere in correlazione la teoria con la pratica – anzi – negli ambienti accademici, i giovani volenterosi sono spesso redarguiti rispetto a iniziative proprie e convinti ad obbedire a prassi teoriche e di comportamento di assoluta rigidità.. senza che però nessuno gli spieghi perché. Queste prassi, oggi, sono totalmente in contraddizione con la richiesta da parte dell’utenza (intelligenza emotiva, supporto emotivo, solitudine, mancanza di valori, carenze affettive e isolamento sociale, povertà, scarso tempo…). Non significa che bisogna adeguare la teoria al paziente (sminuendola, o incoraggiando le aspettative di guarigione magica o di collusione che spesso i pazienti hanno), poiché una prassi è stata studiata  e realizzata proprio per dei motivi, ma certamente non è possibile nel 2019 considerare l’evoluzione solo un rischio e una perdita, perché essa cela in ogni caso una “possibilità di crescita” intesa come integrazione di metodi e conoscenze in un’ottica di consilienza/collaborazione. Per fare un esempio.. la terapia classica freudiana (e io adoro Freud) è stata formulata un secolo fa circa, per dei precisi obiettivi clinici e determinate rigidità del setting (vedersi due/tre volte la settimana) non possono valere oggi, PER TUTTI e per ogni tipo di paziente. Non significa che la psicoanalisi è un metodo VECCHIO, anzi, sono stati fatti degli studi che ne evidenziano la modernità, la scientificità e l’efficacia, ma che è necessario un adeguamento del setting (regole)  ai tempi moderni estendendola di conseguenza anche alle classi sociali medio-alte e non solo alte-altissime.

Per fare un esempio medico ancora più chiaro: all’università di medicina ti insegnano come mettere i punti di sutura, la bravura  – tuttavia – non risiede solo nell’aver perseguito questa laurea (o dalla specializzazione scelta per imparare una certa tecnica per mettere i punti di sutura), ma nell’opportunità di mettere in pratica quella tecnica e di migliorarla sulla base della pratica quotidiana e delle nuove teorie/metodi che in genere rimpiazzano la precedente. Resta il fatto che dei punti di sutura ben messi con una o altra tecnica li vedi dal risultato e in psicologia non è così semplice, perché se chiediamo a un paziente chirurgico “STIA FERMO MENTRE LE METTO I PUNTI”… lo farà.. perché ne comprende l’importanza, se gli dico, si liberi di questo atteggiamento, farà molta più fatica a mettere in diretta correlazione questo ammonimento con la sua infelicità qualche anno dopo, soprattutto se riconosce tale atteggiamento come “una sua imprescindibile caratteristica”. Molto più facile quindi proiettare sul terapeuta/medico il fallimento piuttosto che accettare di avere scelto quella strada di suo. Ciò purtroppo vale anche al contrario… e dato che i danni che fanno i terapeuti incauti, malfattori o impreparati non si vedono (come una cicatrice mal suturata), nessuno o pochi se ne assumono la responsabilità poiché appunto il fallimento terapeutico è dato da un insieme di fattori che agiscono in sinergia e non da un singolo fattore isolato.

La motivazione del paziente/cliente. Una terapia psicologica efficace implica la compartecipazione attiva da parte del paziente alla relazione terapeutica.

Quindi ammesso che si trovi un terapeuta bravo, con un buon carattere, esperto, attento etc.. non è detto che funzioni come una regola matematica. La terapia, cioè, non richiede solo un investimento di tempo e di denaro da parte del paziente, ma una motivazione INTRINSECA alla crescita personale (che vale appunto anche per il terapeuta.. lui/lei ci va in terapia?) Più è alta questa motivazione e meno sarà necessario l’ investimento di tempo e di denaro e soprattutto non sarà a vuoto. Per motivazione s’intende uno stato interno che attiva, dirige e mantiene nel tempo il comportamento di un individuo. La motivazione estrinseca avviene quando una persona si impegna in un’attività per scopi che sono estrinseci all’attività stessa, quali, ad esempio, ricevere lodi, riconoscimenti, buoni voti o per evitare situazioni spiacevoli, quali un castigo o una brutta figura. La motivazione intrinseca, al contrario, avviene quando una persona si impegna in un’attività perché la trova stimolante e gratificante di per sé, e prova soddisfazione nel sentirsi sempre più competente.

La motivazione intrinseca è basata sulla curiosità, che viene attivata quando un individuo incontra caratteristiche ambientali strane, sorprendenti, nuove; in tale situazione la persona sperimenta incertezza, conflitto concettuale e sente il bisogno di esplorare l’ambiente alla ricerca di nuove informazioni e soluzioni. Importante per la motivazione intrinseca è, inoltre, la padronanza, cioè il bisogno di sentirsi sempre più competenti- (per approfondire vedi wikipedia/motivazione). https://it.wikipedia.org/wiki/Motivazione_(psicologia)

Ecco quindi che per stare meglio con se stessi, non basta “capire” le dinamiche inconsce alla base dei nostri comportamenti, nutrirsi di spiegazioni, sentirsi accolti e capiti, ma occorre fare uno sforzo continuativo e tradurre questo passaggio in pratica, modificando certi comportamenti/situazioni esterne o accettandone la non modificabilità come parte integrante della nostra struttura caratteriale e volontà personale. Se siete poi così fortunati da avere un terapeuta che analizza il controtransfert e lo mette sul banco di lavoro.. (raro) utilizzate quelle interpretazioni come suggerimenti per il vostro benessere, non come ostacoli. (https://it.wikipedia.org/wiki/Controtransfert).

Se il/la bravo/a terapeuta lo avete trovato quindi, non lo cambiate, non interrompete, piuttosto fate delle pause terapeutiche, non abbandonate.. e non credete che più avanti, ….dopo, ….. più tardi…..capirete, … non rimandate, .. non cedete alla tentazione di dare la colpa al terapeuta che non vale nulla, non cercate scuse; surfando qua e la nei vari tipi di psicoterapia alla ricerca di quella che ci permetterà senza sforzi di guarire oppure che ci confermerà che è solo colpa di qualcun altro… perdete tempo e tale atteggiamento oppositivo si ritorce contro di voi…perché ahimè la magia non esiste e se qualcuno vi sta illudendo di questo… sbaglia.. e se voi volete crederci… forse sbagliate più di lui/lei. Chiediamoci quindi se ci siamo impegnati realmente, se abbiamo una diagnosi chiara di noi stessi oppure se stiamo andando per qualche altro motivo (estrinseco) esempio per fare felice la moglie, per volontà di un genitore…per riconquistare mio marito… etc etc…per sentirmi meno in colpa…oppure per avere qualcuno a cui dare la colpa nella vita… Se senti di non essere motivato in prima persona, decidi se vuoi iniziare a farlo da oggi e parlane col tuo terapeuta.   

Aspettative irrealistiche sullo psicologo, la terapia e sul paziente

Ogni relazione cela una speranza di salvezza inconscia e onnipotente e cioè la pretesa narcisistica che L’ALTRO DEBBA SALVARCI O RENDERCI FELICI. Figuriamoci se lo paghiamo! ? Ecco un elenco delle peggiori aspettative che potete farvi sulla psicoterapia: in generale: PROIETTARE SUL TERAPEUTA DI POTENZIALITÀ’ DIVINE DI GUARIGIONE E DI ONNIPOTENZA sia in senso positivo che negativo:

  • Dato che pago lo psicologo deve fare tutto, perché è il suo lavoro.
  • Lo psicologo conosce le regole, le leggi del mondo e me ne farà dono (vedi la cura di Battiato): sicuramente lo farà ma se non le mettiamo in pratica la relazione resterà asimmetrica e cioè come quella tra un figlio e un genitore, nella quale però il figlio è spesso oppositivo, capriccioso e ingrato oppure adorante, passivo e statico.
  • Lo psicologo prevede il futuro. (magari).
  • Lo psicologo mi aiuterà a riconquistare mio marito/mia moglie.
  • Lo psicologo mi darà ragione e sarà sempre dalla mia parte.
  • Lo psicologo bravo mi deve curare velocemente
  • Lo psicologo come il prete: lo psicologo è una persona buona che fa questo per passione per cui non deve darmi l’impressione che sia un lavoro, anzi se è serio dovrebbe farlo gratis.
  • Lo psicologo mi eviterà nella vita di sbagliare.
  • Lo psicologo deve accorgersi prima di me che la persona che sto frequentando è inadeguata per me e dirmelo.
  • Lo psicologo legge nella mente. (magari).
  • Lo psicologo mi difenderà dai cattivi (in genere chi non ci da ragione).
  • Lo psicologo guadagna sulle disgrazie delle persone. (se vedete in giro un bravo psicologo ricco presentatemelo).

Per lo psicologo ecco le peggiori aspettative irrealistiche che potete farvi su un paziente.

In generale: PROIETTARE SUL PAZIENTE IL VOSTRO IMPEGNO oppure pensare che METTENDO IN ATTO LA NOSTRA PRASSI CLINICA l’impegno finisca li.

Se lo aiuto e do tutta me stessa/me stesso lui mi sarà riconoscente/migliorerà.

Non è detto perché le difficoltà psicologiche di una persona possono riguardare soprattutto la fiducia verso le relazioni, pertanto  – spesso – è più facile sabotarla come relazione piuttosto che assumerne la continuità. Infatti noi paghiamo qualcuno che ci aiuti, che ci sostenga e che ci dia degli strumenti, ma poi inevitabilmente ci troviamo a dover gestire quella sensazione che sia “troppo faticoso”, che “lo fa solo per lavoro”… certamente, anche l’avvocato lo fa solo per lavoro (e per questo lavora bene), ma non vuol dire che non ci metta il cuore o che non abbia un sincero attaccamento (nei limiti dell’etica e dei confini professionali) nei confronti di un cliente costante e abituale.

Alleanza terapeutica (compliance)

Se il terapeuta dopo un primo iniziale periodo di costruzione e sedimentazione della relazione nella quale si affrontano le motivazioni inconsce, gli schemi di relazione implicati in una dinamica psicologica , vi suggerisce (su vostra richiesta) cosa sia opportuno fare o non fare (accade in rari casi ma accade se il paziente è in pericolo o lamenta molti sintomi psicosomatici) e voi non lo fate dovete annettere questo criterio nell’eventuale risultato fallimentare. Se ho la gastrite e mi si dice di non bere caffè e prendere un farmaco e io proseguo a farlo, perché senza caffè non vivo e non assumo farmaci perché fanno male..…non posso dare la colpa interamente al gastroenterologo.

Paura di cambiare per se stessi o per gli altri.

Un cambiamento implica sempre una momentanea perdita di equilibrio e una modificazione del nostro precedente assetto (sia personale che nelle relazioni familiari o di coppia). Ciò ci fa temere, nel crescere, di perdere le persone che amiamo soprattutto se queste, vedono nel cambiamento e nella crescita un pericolo (per loro o per voi). Diciamo quindi di voler cambiare, ma in realtà… non è cosi’. Esempio: voglio cambiare lavoro, ma se lascio questo lavoro, mia madre NON MI PARLERÀ’ MAI PIÙ’.

La famiglia ha un ruolo molto importante nel raggiungimento del benessere psicologico di una persona, ma anche nel mantenimento del malessere. A voi la scelta. Dottoressa Silvia Michelini

Chi vi ama, deve farlo perché siete felici o almeno voler rischiare di cambiare il suo equilibrio per voi…o di rispettare le vostre scelte anche se non le capisce. La terapia è una sorta di luogo magico, tutti vorrebbero andarci, pochi hanno il coraggio e quando ci andiamo sviluppiamo nuove visioni di noi stessi e del mondo. Alcuni familiari considerano la terapia un rischio, una sorta di “attacco potenziale al loro equilibrio”, soprattutto riguardo l’educazione che vi hanno dato o il modo in cui vi hanno insegnato a pensare. La famiglia rappresenta la società, ma una crescita è sempre data dall’oppositività riguardo sistemi di pensiero imposti e quindi, se c’è una speranza di cambiamento questa non risiede nella passiva accettazione di certi schemi, ma nella creazione di schemi propri in accordo con al famiglia e con la società. Amarsi significa rispettarsi e il rispetto NON E’ A SENSO UNICO. Crescere, opporsi, non vuol dire tuttavia “trasgredire” le regole e basta, ma impararne il valore, costruirne di nuove e applicarle in modo autonomo senza subirle passivamente, né evitarle per non rischiare di sbagliare restando eterni peter pan. E sappiamo bene che molto spesso è più facile arrendersi a una dinamica familiare ripetendola che cambiandola (coazione a ripetere). Aspettatevi quindi potenziali attacchi, svalutazioni, e pochi incoraggiamenti. Sono rare le famiglie nelle quali l’iniziativa personale sia considerata un valore e non un rischio.

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