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“Dottoressa mi aiuti, so che è sbagliato, NON RIESCO A NON REAGIRE COSI’ È PIU’ FORTE DI ME! Ho interrotto la precedente terapia perché il terapeuta mi diceva di smettere di fare cosi e cambiare ma io non ci riesco!!!!”.

Quante volte mi sono sentita dire questo in terapia al primo incontro; al di là delle diagnosi che pensate di avere e che ricercate ossessivamente su internet e a studio, ricordate che LA DIAGNOSI è un costrutto flessibile, che evolve con noi, che cambia ogni giorno, per questo le categorie rappresentano solo etichette descrittive, un’esigenza riduzionistica di un dialogo comune, ma che certamente non ci definisce nella nostra unicità, e soprattutto non ci permetterà mai, fortunatamente, di afferrare la soggettività umana.

Ricordate inoltre che i terapisti, psicologi, psichiatri etc potrebbero avere diagnosi anche più gravi delle vostre. Per cui siamo tutti a casa. Chi ancora separa il medico dal paziente, il sano dal malato in modo NETTO, è rimasto un po’ indietro in termini di setting, ma soprattutto di umanità. Se è necessario un certo distacco – tra professionista e utente – ed è chiaro che il medico studia anni per aiutarti ed avere gli strumenti per… è pur vero che funziona meglio se soffre o ha sofferto veramente nella vita o se ha un livello empatico tale da riuscire a sentirla tutta quella sofferenza (senza agirla, senza inserirsi nel quadro relazionale a livello paritario) e gestirla attraverso una serie di tecniche restituendovela come pappa per la vostra crescita.

La diagnosi è un vestito che cresce e cambia con noi e il clinico è il sarto – a volte (se siete fortunati) uno stilista – che impossibilitato a scegliervene un altro, lo adatta alle vostre esigenze, misure e dimensioni e vi insegna come indossarlo al meglio, perché è il VOSTRO e nessuno ce l’ha originale come quello!

La Diagnosi psicologica

La Diagnosi psicologica

Da anni mi occupo di trauma e di personalità post-traumatiche e condivido nell’ottica delle neuroscienze affettive, l’identificazione di almeno 4 condotte o schemi di comportamento cronici associati al trauma. Non possiamo evitarli perché scattano sulla base della percezione esterna di un pericolo, che somiglia – di fatto – a qualche altro pericolo che non siamo riusciti ad evitare in passato oppure a una violenza che ci è stata imposta e abbiamo subito.

4 Reazioni Croniche al Trauma Complesso

4 Reazioni Croniche al Trauma Complesso

Ecco allora che il cervello aziona tutta una serie di meccanismi di difesa arcaici, emotivi, primitivi… che poco hanno a che fare con la nostra parte razionale. Non sempre possiamo CAMBIARE QUESTI SCHEMI, insiti ormai nella nostra personalità, ma possiamo imparare a capire come e quando scattano e decidere come e quando azionarli oppure come mitigarli! Possiamo anche imparare a capire COME SI ATTIVANO RECIPROCAMENTE IN UNA RELAZIONE sana (utopia) o tossica che sia (un buon punto di partenza), visto che spesso scegliamo di unirci a persone che “puzzano di familiare” e che hanno certamente una ferita narcisistica comune alla nostra, ma magari prendiamo un abbaglio, perché a pari ferita non corrisponde poi pari modalità di affrontarla e molto spesso ci leghiamo a chi utilizza schemi CONTRO-DIPENDENTI ossia contrari ma complementari al nostro. Finché siamo complementari siamo scissi, incompleti e co-dipendenti. Ciò crea uno stallo, un mantenimento dello schema relazionale traumatico (coazione a ripetere) oppure l’instaurarsi di un equilibrio basato però su una dipendenza e co-dipendenza affettiva tra due traumatizzati che di fatto fanno due gambe in due e che quindi non riescono a sganciarsi.

Trauma e Coazione a ripetere

Trauma e Coazione a ripetere

Che opportunità c’è di crescere in questo caso? Se i partner co-dipendenti realizzano quella parte di sé nascosta e difesa che di fatto DELEGANO all’altro partner, la coppia può evolvere, perché c’è spazio per la crescita e l’individuazione. In senso contrario, per pigrizia o scelta di uno dei due di fermarsi a quello schema, si verifica uno stallo che può condurre a una cronicizzazione della co-dipendenza, al tradimento (serve un terzo elemento per far quadrare tutto) oppure a una rottura. La speranza è che dopo una rottura questo schema sia chiaro, invece si riparte con l’illusione dell’ALTRA META’ CHE CI COMPLETA. Di base chi ha subito o è vittima di un trauma relazionale cumulativo complesso, mette in atto uno o più schemi in contemporanea sulla base dei TRIGGER o stimoli da parte dell’ambiente esterno.

I trigger possono essere situazioni, persone, vissuti, racconti, emozioni che RIPORTANO alle scene traumatiche del passato e attivano in automatico i nostri semafori interni. Un lavoro psicologico basato sull’integrazione della memoria traumatica e delle rappresentazioni mentali ad essa legate è certamente l’unica strada possibile per accedere ad una consapevolezza e quindi alla speranza di uscire dallo schema reattivo imparando ad auto-monitorarsi attraverso la creazione di un SE ADULTO, AUTONOMO CHE SA GENITORIALIZZARSI DA SOLO e non ha più bisogno di affidare tale compito altrove. È un compito arduo ma non impossibile, perché il cervello è plastico, sebbene a differenti livelli di funzionamento e può creare o rigenerare sinapsi nuove.

Quando le vedo nascere improvvisamente e farsi strada in voi, vivo il momento di maggiore soddisfazione che si possa provare nel lavoro clinico, ma questo è un dettaglio tra babbani (psicologi clinici) e sono certa che la strada dell’integrazione e della consapevolezza in un ambito di RECIPROCITA’ RELAZIONALE è l’unica terapia che ad oggi possa apportare qualche risultato di lunga durata rispetto ad interventi basati sul sintomo.

Dedicato a Tutti i miei Pazienti Post-Traumatici che come me, si ricostruiscono ogni giorno pezzo per pezzo e trovano la forza di lottare anziché arrendersi all’autodistruzione o alla depressione.

Dott.ssa Silvia Michelini