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Trauma Complesso Confini e “fawning”

Perché chi soffre di un trauma relazionale complesso non riesce a dire di no, vuole evitare i conflitti, fa fatica a mettere dei confini col mondo esterno, ma poi prova rabbia e frustrazione verso coloro che accontenta o gratifica?

In che modo gli scatti di ira o il “burnout emotivo” sono correlati col trauma complesso, la compulsione ad accontentare gli altri e con il “dire sempre di sì” trovandosi poi “deprivati” di energia psichica o fisica?

Ci sono almeno 3 motivi per cui le personalità post-traumatiche manifestano “un’esigenza compulsiva” nell’accontentare gli altri, proteggerli, ma nello stesso tempo (senza accorgersene) accumulano una rabbia inconscia per il fatto di doversi sempre “mettere da parte” che sfocia spesso in crisi emotive di rabbia (burnout emotivo).
Facciamo un esempio: una madre insegna alla sua prima figlia femmina che le bambine devono essere accudenti, che i fratelli maschi o il padre vengono prima (perché sono pigri, sono fatti così, non sono capaci… etc..) e per tutta l’infanzia la costringe ad occuparsi di loro, negandogli la gioia dell’infanzia e nello stesso tempo operando un favoritismo su base sessista verso i fratelli maschi. Questo “addestramento educativo” fa sì che la bambina introietti schemi masochistico sacrificali di “accudimento cronico” sulla base dell’identità di genere. Se questa bambina non obbedisce alla mamma, che di fatto rappresenta il suo primo modello di identificazione, ma anche la sua fonte primaria di amore ed affetto, la mamma “le mette il muso”. Nel contempo sorride, giustifica e vizia i figli maschi. La bambina coverà rabbia, che sia manifesta o repressa, ma di fatto resta vittima di quella “compulsione a farsi da parte”, pena le ire di mamma. Questo tipi di educazione di fatto altera il suo sistema limbico collegando una conseguenza negativa al fatto di fare qualcosa per sé stessi. Da grande questa bambina come si comporterà con le sue amiche? Con il capo? O col suo ragazzo? Che tipi di uomo sceglierà? E’ chiaro che la traiettoria dipende da mille fattori, ma certamente sui soggetti più’ deboli questo schema sacrificale può attecchire senza
problemi.

IL DESIDERIO DI ACCONTENTARE E GRATIFICARE GLI ALTRI PER ESSERE RICONOSCIUTI E “SENTIRSI PARTE DI QUALCOSA”.
Fare qualcosa per gli altri è certamente un atto che denota grande maturità e altruismo; ci mette in connessione con l’altro, si ottiene una gratificazione indiretta, vedendo riflessa la felicità negli occhi dell’altro. Il desiderio di essere riconosciuti dagli altri e di sentirsi parte integrante della società fa parte di schemi sociali connessi con la nostra evoluzione.

Questo naturale desiderio si trasforma in un ostacolo, se non è più una scelta ma piuttosto una “compulsione”, una spinta quasi incontrollata ad accontentare gli altri per paura di essere giudicati o abbandonati. In questo caso non siamo più in grado di mettere dei limiti e quando raggiungiamo un livello di stress e carico energetico eccessivo, esplodiamo in violente crisi
emotive di rabbia o dobbiamo isolarci.

Chi utilizza il fawning come difesa post-traumatica ha imparato a concentrarsi solo sui bisogni dell’altro, intercettarli, comprenderli e assecondarli è stato di vitale importanza durante l’infanzia, per gestire o tenere a bada dei genitori esigenti, infantili e/o disfunzionali oppure è semplicemente uno schema educativo repressivo che ci hanno trasferito.
Il rischio che si corre è quello di imparare a sopprimere i propri bisogni in funzione di quelli degli altri, fino a non avvertirli più. La reciprocità, la possibilità di ricambiare, dare e ricevere è invece un presupposto basilare
nelle relazioni umane. Chi si conforma sugli altri per assecondarli, cova rabbia perché perde i confini del suo Sé e della sua vera natura confondendola con quella degli altri. Alla fine il co-dipendente non sarà più in grado di capire cosa prova e cosa
desidera veramente e quando gli atti di forzata generosità non vengono ricambiati, il soggetto andrà incontro a frustrazione, rabbia e anche ad un calo della sua autostima perché questa dipende da quanto riesce a far star bene l’altro.
È per questo che i co-dipendenti si trovano spesso in relazioni parassitarie di abuso, perché hanno collegato il senso del loro valore e la possibilità di sentirsi amabili sulla base dell’approvazione da parte degli altri. Si incappa in una sorta di “perfezionismo morale” per cui non si è mai abbastanza per qualcosa o per qualcuno. Questa costante tensione genera
molta ansia e in certi casi può portare i co-dipendenti ad intense reazioni di rabbia e di aggressività, se questi sforzi non vengono notati o se qualcuno, sulla base di questa vulnerabilità, ne approfitta per affermare il suo potere
criticando o alzando l’asticella delle pretese.

fawning

Ecco tre motivi per cui il fawning genera rabbia:

1) Chi controlla chi? il fawning non ci permette di controllare gli altri come pensiamo, anzi alla fine sono gli altri controllano noi. Il fawning ci toglie potere e costituisce un rischio per l’autostima: se sono sempre concentrato sui desideri degli altri, prima o poi li farò miei… e se perdo quella persona o la sua stima/riconoscimento allora io perderò me stesso. Il locus of control
riguardo la propria autostima è esterno, dipende cioè dall’approvazione deglialtri. Questo senso confuso della propria identità, costringe il dipendente affettivo in una perenne condizione di infantilismo e sottomissione, sia che si
tratti di una dinamica reale che di una percezione.

2. Chi sono veramente io? Il fawning ostacola la costruzione di un senso di identità solido e basato su adeguate capacità di insight, perché chi attua questa difesa post-traumatica vive la vita attraverso gli occhi di qualcun altro,
cosi come faceva da bambino, reprimendo i propri desideri nella speranza di “guadagnare” la stima dell’altro. Questa delega nel tempo rende la persona sempre meno sicura di sé stessa sia nel prendere decisioni che nel capire cosa sia giusto o sbagliato per sé stesso/a. Ecco quindi che i co-dipendenti, si conformano spesso al desiderio di massa, perché preferiscono appunto sentirsi accettati che sviluppare una loro individualità, col rischio di “attaccare i legami” o gli schemi sociali imposti

3. Ipersensibilità ed evitamento del conflitto: essere sempre concentrati sull’altro implica settarsi su ogni suo minimo cambiamento umorale. L’ipervigilanza è un meccanismo di difesa che richiede parecchia energia e l’ansia di controllo che ne deriva, rende i co-dipendenti da personalità post-traumatica iper-sensibili alla critica e alla svalutazione, ma soprattutto inclini
sperimentare sentimenti di isolamento, invisibilità. Nei rapporti di coppia, questo atteggiamento conduce all’annichilimento dell’individualità del partner co-dipendente che soffre di evitamento cronico del conflitto con conseguenti
crisi isteriche di rabbia, finalizzate solamente ad affermare la propria esistenza. Questo dramma si ripete a lavoro e persino negli hobby, perché il perfezionismo morale di chi deve dare il massimo per ricevere approvazione si ripercuote anche sulle “attività” di svago che il co-dipendente avverte come spinte compulsive a “dover fare bene” e sulle figure autoritarie (esempio il
capo).

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Bernard Golden, Ph.D.
Overcoming Destructive Anger

Dott.ssa Silvia Michelini