TRAUMA E AFFETTIVITA’: “LA FINESTRA DI TOLLERANZA” E LA CAPACITA’ DI RELAZIONARSI NEGLI ESITI DA TRAUMA RELAZIONALE COMPLESSO.
Chi subisce un grave trauma affettivo, da grande sarà capace di amare e sentirsi amato e/o al sicuro?
Gli ultimi studi in ambito delle neuroscienze affettive dimostrano che chi ha subito un trauma relazionale complesso, in età infantile, (di media o medio-alta gravità, ripetuto e reiterato nel tempo) manifesterà in età adulta una serie di “sintomi” cronici che investono sia l’area somatica-corporea, che psico-affettiva.
Questi sintomi vengono spesso identificati come “depressione ad alto funzionamento” o “condizione borderline”, ma questa diagnosi rischia di ridurre la complessità di questa condizione di personalità oltre che sintomatica.
Le personalità post-traumatiche presentano una marcata sensibilità (persone altamente sensibili), un pattern sintomatico ansioso-depressivo e tratti di personalità rigidi, che potremmo definire isterico-borderline; le difese utilizzate da queste persone infatti, risentono della cronicizzazione degli aspetti reattivi al trauma (disturbo post-traumatico da stress cronico o “complesso”).
Vediamo nel particolare quali cambiamenti determina il trauma sulla personalità e sulla vita affettiva:
Il trauma determina una vera e propria modificazione del sistema nervoso (area emotiva e primitiva del cervello) e incide sulla capacità di stabilire e/o mantenere delle relazioni sane, in particolare per ciò che riguarda la fiducia in se stessi e nell’altro. Ne deriva una condizione cronica di insicurezza e paura dell’abbandono, ma nel contempo anche una marcata ambivalenza rispetto alla presunta intrusività delle persone con cui siamo in relazione.
In buona sostanza la persona che vive una condizione post-traumatica non riesce a mantenere una costanza d’oggetto ovvero a percepire l’altro ad una “giusta distanza” (né troppo vicino/ossessività maniacale, né troppo lontano/evitamento) e a raggiungere un equilibrio tra i due poli dipendenza-indipendenza nella relazione.
Per questi motivi, il partner viene percepito a volte come indispensabile, come una sicurezza e in altri come una minaccia alla libertà, un peso, un parassita o un approfittatore.

La mancanza di fiducia maturata verso le primarie figure di attaccamento, impedisce da adulti di potersi “fidare dell’altro” se non a tratti. Successivamente l’aspetto paranoideo emerge come difesa alla potenziale minaccia di annichilimento da parte di chi “ci ama”. Di base chi subisce trauma relazionale impara che chi ti ama è chi ti fa del male, ma poi sente comunque la naturale spinta ad amare e si trova in eterno conflitto tra ciò che ama e ciò che fondamentalmente teme, ovvero tornare in una condizione di vulnerabilità data dall’intimità con l’altro, dato che è proprio quell’area (intimità/bisogno/dipendenza) nella quale si è consumato il trauma coi propri genitori.
Il trauma relazionale complesso compromette la capacità di fidarsi degli altri in generale, pertanto la persona troverà difficoltà a rapportarsi coi pari o nel mondo del lavoro, in particolare con le figure che rappresentano l’autorità e in tal senso “la metafora genitore- bambino”: la sensazione di isolamento e di “disconnessione” col mondo esterno attiva i meccanismi di difesa legati alla “sopravvivenza” e determina sia l’intensificarsi di sintomi ansioso-depressivi che la tendenza a dissociarsi e a chiudersi al mondo esterno per lunghi periodi.
In altri casi invece, la disconnessione “spaventa” così tanto da aumentare l’esigenza di dipendere dagli altri, di volerli vicini. Ci si sente paradossalmente sempre soli e di questo ci si vergogna, anche perché la società premia e incoraggia schemi narcisistici legati all’indipendenza e l’autonomia assoluta.

SOLO TU PUOI SALVARE TE STESSO, ma il messaggio è paradossale, dato che l’essere umano nasce quale essere sociale e biologicamente ha bisogno del suo “branco” per funzionare e della sensazione di appartenervi.
Il riconoscimento della naturale inclinazione umana alla co-dipendenza coi suoi simili è la base del superamento della visione individualistico-narcisistica che vede l’uomo “bastare a sé stesso”.
In tal senso, chi cerca la compagnia, l’amore, la presenza dell’altro viene definito “eccessivamente pretenzioso o infantile”, mentre il desiderio di entrare in connessione emotiva e comunicativa con gli altri è un desiderio naturale, che fa parte dell’ESSERE umano, soprattutto nel caso in cui questa sensazione di connessione sia mancata durante l’infanzia e si soffra quindi di una condizione traumatico-affettiva.
La terapia relazionale è il luogo sicuro in cui sperimentare interazioni relazionali sane, sentirsi accettati, capiti e non giudicati.
Lo studio, la persona del terapista diviene il corpus materno, l’utero nel quale ri-genitorializzarsi ovvero maturare delle nuove connessioni sinaptiche che vadano a “riparare” o a sostenere quelle già createsi. Non vuol dire rimuovere i ricordi, cambiare, cancellare il trauma, ma aumentare la propria capacità di tolleralo.
Allargare la cosiddetta FINESTRA DI TOLLERANZA, cioè la nostra capacità di auto-regolazione emotiva in condizioni di stress e paura.
La “tolleranza allo stress” è graficamente rappresentata su un continuum che va dall’ iper-arousal all’ipo-arousal; in condizioni di sicurezza funzioniamo al nostro meglio, riusciamo a sentirci bene da soli e insieme agli altri, quando ci sentiamo minacciati (il che dipende dal grado di iper-sensibilità post-traumatica) il nostro livello di arousal può aumentare significativamente per permetterci di attivare tutti quei meccanismi di difesa finalizzati a proteggere la nostra sopravvivenza.
Se tali meccanismi falliscono, la persona tende a isolarsi, chiudersi e disconnettersi (ipo-arousal).

E’ stato scientificamente provato che entrambe le condizioni di ipo/iper-arousal alterano la capacità di pensare razionalmente attraverso la corteccia pre-frontale, mentre si attivano le reazioni istintive del cervello arcaico e primitivo.
Dott.ssa Silvia Michelini
Quindi 5anni di psicoterapia ed ella (la psicologa)non ha capito nulla????
Lei mi ha detto che ormai la terapia era finita.
Tristezza infinita!!! Dopo poco fine terapia ho tentato il suicidio….
Da lì non ho molta fiducia, ma è un mondo affascinante
Ha incappato la terapia sbagliata per lei.Capita. E’ difficile trovare quella giusta e poi serve anche collaborazione, siamo NOI a doverci salvare.
Vorrei sapere come poter stare vicina a una persona con iper indipendenza da trauma. Grazie mille