Analisi clinica e zone d’ombra di un fenomeno sommerso
Dott.ssa Silvia Michelini
L’abuso sessuale sui minori è uno dei pochi ambiti in cui la clinica, pur disponendo di definizioni condivise, modelli teorici consolidati e dati empirici coerenti, prosegue a fallire nel reale riconoscimento del fenomeno, che resta ancora e troppo spesso, pericolosamente sommerso.
Questa tendenza alla negazione si configura come una ‘resistenza simbolica’ radicata in quella visione dogmatico-patriarcale tipica della tradizione che, attraverso un cattolicesimo di matrice più bigotta e conservatrice, ha plasmato le basi della nostra cultura. Mentre le mitologie antiche integravano la complessità psichica della donna attraverso figure ambivalenti e aggressive — si pensi a Medea, Lilith o alla ferocia sovrana delle divinità norrene come Freyja e le Valchirie — il paradigma cattolico ha operato una scissione netta, riducendo la donna ai poli della “Madre Santa” o della “Meretrice”. Il pregiudizio, tuttavia, non nega solo l’aggressività antisociale, ma opera una rimozione ancora più radicale: quella della forza pulsionale e dell’aggressività “positiva”, intesa come spinta vitale all’autoaffermazione.
Se alla donna viene sottratta persino la dimensione dell’aggressività funzionale alla crescita e alla difesa del sé, il passaggio verso la devianza predatoria diventa un salto logico intollerabile per la coscienza collettiva: se non le è concesso essere “guerriera” nel senso costruttivo del termine, diventa impossibile scorgerne l’ombra quando questa si declina nelle forme distruttive dell’abuso.

Eppure, la definizione di abuso sessuale minorile formulata dal V Congresso internazionale sull’infanzia maltrattata e abbandonata (Montreal, 1984) è inequivocabile: si parla di abuso quando un bambino o un adolescente viene coinvolto in attività sessuali che non è in grado di comprendere pienamente, alle quali non può prestare un consenso consapevole o che violano i tabù e i confini relazionali della società di riferimento.
Questa definizione è fondata sull’asimmetria di potere, di sviluppo e di ruolo. Non contempla eccezioni di genere.
La difficoltà ad accettare che una donna possa anche essere aggressiva e/o violenta ha radici culturali e in tal senso “affligge” la clinica che difficilmente può esimersi dall’includere il fattore cultura nell’analisi di una dinamica così complessa.
La rimozione dell’aggressività femminile come “difesa collettiva”.
Nella nostra cultura, come in altre, la donna continua a rappresentare ancora oggi il simbolo della cura, dell’accudimento e della naturale predisposizione all’istinto protettivo. La sessualità femminile viene ancora pensata, in larga parte, come una dimensione reattiva, relazionale e subordinata a quella maschile. L’idea di una sessualità femminile autonoma e attiva appare già di per sé minacciosa; figuriamoci, dunque, associarla a quella predatoria o perversa degli offender: una prospettiva che genera una reazione profondamente disturbante.
Quando una donna compie un reato sessuale, si è più portati a pensare che lo faccia per traumi o fragilità e che quindi debba essere “fuori di sé” per compiere atti abusanti o violenti su un minore. È come se non riuscissimo a credere che una donna possa essere cattiva fino in fondo. Per questo la spiegazione tende a spostarsi rapidamente dall’atto al contesto: fragilità psichica, storia familiare disfunzionale, coercizione subita, etc.

Questa narrazione — che in clinica è certamente auspicabile fare per tutti gli offender, maschi o femmine che siano — non può e non deve essere un criterio per valutare l’abuso con due pesi e due misure. L’abuso psicologico, fisico e/o sessuale sui bambini, diretto o indiretto, non ha genere. La polarizzazione dei criteri forza/maschile/Yang e fragilità/femminile/Yin fa perdere di vista il focus, ossia il bambino, e — soprattutto nelle forme di “abusività covert” — impedisce di riconoscere l’abuso come tale.
L’incesto emotivo covert comprende tutti quei comportamenti ambigui, morbosi, infantili, polimorfi, intrusivi e ossessivi che i genitori narcisisti (spesso anche loro abusati da piccoli e gravemente dissociati) mettono in atto con i figli “prediletti”; dinamiche che, di base, hanno a che fare con l’inversione dei ruoli, la strumentalizzazione e la “parentificazione” o “adultizzazione” del figlio.
In poche parole, i genitori abusanti trattano il figlio come se fosse un partner, un fratello o una sorella — comunque un adulto alla pari — esponendolo a contenuti, confidenze o comportamenti inadeguati per la sua età. Si tratta di dinamiche che lui/lei non manifesterebbe se non sotto lo stimolo di un genitore controllante o morboso.
Ho lavorato con molti pazienti che hanno dormito con i propri genitori fino a 20 anni: madri che confidavano le loro problematiche sessuali con il marito a figli di 8-10 anni, senza risparmiare dettagli (“tuo padre è un uomo insaziabile, un porco, un molestatore…”); oppure padri che chiedevano di essere baciati sulla bocca con la relativa vocina: “quando papà si farà vecchio, tu farai come una brava mogliettina, vero?”.
Si tratta di frasi, comportamenti e abitudini viscide e apparentemente innocue, messe in atto da genitori narcisisti gravemente immaturi. Il figlio non sa decodificare queste condotte, si fida ciecamente del genitore per istinto naturale e per questo si abitua, “esegue” o “lascia passare”. Non avendo strumenti per capire che si tratta di qualcosa di sconveniente, pensa che funzioni così in ogni famiglia. Questo tipo di imprinting morbosi predispongono certamente all’insorgenza di problematiche relazionali e sessuali, legate soprattutto alla dipendenza affettiva. Immaginiamo la confusione: come fa un bambino a capire che la persona che dovrebbe proteggerlo lo espone, invece, a gravi pericoli attraverso il suo stesso comportamento?
Come ha mostrato Alice Miller, le forme di violenza più distruttive sono spesso quelle che non vengono riconosciute come tali perché travestite da educazione, amore o cura. L’abuso sessuale femminile rientra pienamente in questa area di violenza invisibile: ciò che è idealizzato diventa intoccabile, e ciò che è intoccabile diventa impensabile.

Dati, sommersione e selettività dello sguardo
I dati epidemiologici indicano che l’abuso sessuale sui minori è un fenomeno prevalentemente relazionale e sommerso, consumato in larga parte tra le mura domestiche da figure di riferimento. All’interno di questo scenario, l’abuso agito da donne delinea un profondo divario tra la realtà giudiziaria e quella clinica: se le denunce ufficiali vedono le autrici ferme al 3-5%, le indagini retrospettive sugli adulti rivelano una realtà ben diversa, con percentuali che salgono drasticamente tra il 10% e il 20%.
In Italia, mentre i maltrattamenti fisici e la trascuratezza mostrano una parità di genere quasi perfetta (~50%), l’abusività covert e l’incesto emotivo restano intrappolati in un “numero oscuro” elevatissimo. Studi condotti nel Regno Unito e stime nazionali confermano una presenza costante del fenomeno, specialmente quando sono le vittime maschi a identificare una donna come autrice.
Questa variabilità dei dati non indica inconsistenza scientifica, quanto una cronica difficoltà di rilevazione: l’abuso femminile viene denunciato meno perché viene riconosciuto meno. Se la vittima fatica a nominare l’esperienza e le istituzioni a sospettarla, è a causa di un pregiudizio culturale che fatica a scindere la figura femminile dal mito della cura, rendendo tali condotte quasi impossibili da decodificare come reati. Non siamo dunque di fronte a una lacuna conoscitiva, ma a una precisa selettività dello sguardo clinico **
L’insospettabile normalità: il dato che scardina i pregiudizi
Quando si osservano empiricamente le donne autrici di reati sessuali, emerge un quadro che contraddice radicalmente l’immaginario collettivo.
Gli studi mostrano donne spesso socialmente integrate, inserite in ruoli di cura e accudimento, non marginali, non isolate, non necessariamente affette da gravi disturbi psicotici. Le vittime sono bambini in età prescolare o scolare, maschi e femmine in proporzione simile. Le condotte abusive assumono frequentemente la forma di accarezzamenti, contatti corporei, pratiche sessuali non violente in senso stretto, ma profondamente intrusive.[1]
Le condotte abusive assumono frequentemente la forma di accarezzamenti, contatti corporei e pratiche sessuali non violente in senso stretto, ma profondamente intrusive. È precisamente questa “mitezza” apparente a costituire il nucleo della loro pericolosità: l’assenza di una forza d’urto esplicita impedisce alla vittima (e al contesto sociale) di attivare le naturali difese contro l’aggressione, portando a una sistematica normalizzazione della condotta. In questa cornice, la sottile linea di confine tra accudimento e sessualizzazione viene deliberatamente sfumata, producendo una distorsione cognitiva in cui l’abuso viene mascherato da manifestazione affettiva. Il danno psicologico, lungi dall’essere inferiore, viene così raddoppiato: alla violenza dell’atto si aggiunge la negazione della sua natura traumatica, rendendo il vissuto della vittima indicibile e privo di una validazione esterna

Il profiling della donna abusante: tra psicopatologia della relazione e spettro anti-sociale.
La letteratura criminologica ha storicamente tentato di catalogare l’abusività femminile attraverso il ruolo sociale o il legame formale con la vittima (come nei casi di abuso domestico, educativo o di delega). Tuttavia, queste classificazioni basate sul contesto esterno rischiano di essere riduttive: esse descrivono dove avviene l’abuso, ma ne oscurano la matrice psichica.
Clinicamente, il focus deve spostarsi dal ruolo sociale all’assetto del funzionamento interno. L’abuso sessuale femminile non nasce nel vuoto, ma si configura come una sistematica sessualizzazione della relazione di dipendenza. Che la donna agisca in autonomia, che sia spinta da una dinamica di sottomissione al partner, o che stia replicando un modello di violenza ereditato dalla propria famiglia d’origine (trauma intergenerazionale), la costante rimane la violazione dei confini evolutivi del minore.
In questa cornice, il bambino perde la sua identità di soggetto per diventare un oggetto-sé relazionale: uno strumento funzionale a regolare i vuoti, le angosce o gli impulsi distruttivi dell’adulta. Il corpo del minore diventa così il teatro fisico in cui l’abusante tenta di gestire un mondo interno frammentato.
Tuttavia, l’abusività femminile non è un blocco monolitico
La clinica dell’abusività femminile non è un blocco monolitico, ma si muove lungo uno spettro di gravità che va dalla distorsione dei confini alla malignità predatoria.
Per un corretto profiling clinico, è necessario distinguere diverse configurazioni di funzionamento:
- Il Profilo Infantile-Narcisistico: la “Confusione delle Lingue”
Questa struttura di personalità si manifesta attraverso una sistematica inversione dei ruoli, in cui il minore viene precocemente investito della funzione di caregiver emotivo. In questo processo di parentificazione e adultizzazione, il bambino non è più il destinatario delle cure, ma diventa il supporto necessario a sostenere la fragilità psichica della madre.
Tale dinamica si esprime spesso attraverso una “cura ipertrofica”, dove l’ossessività diventa il tratto clinico dominante. Questa si configura come iper-protettività soffocante che non è orientata ad una reale esigenza del bambino, quanto più della madre di auto-regolare la sua ansia di separazione: il contatto fisico non richiesto, i silenzi punitivi, l’eccessivo lassismo educativo infantilizzante, la sorveglianza maniacale dei ritmi fisiologici, il monitoraggio intrusivo dei comportamenti e degli stati d’animo del figlio non sono gesti di accudimento, ma condotte abusanti mascherate da sollecitudine.
A questo quadro si affianca una profonda discuria, intesa come distorsione della funzione di accudimento che si manifesta attraverso l’erogazione di cure palesemente anacronistiche e incongrue rispetto allo sviluppo del minore. Se il co-sleeping rappresenta una pratica funzionale all’attaccamento nella prima infanzia, la sua protrazione in fasi evolutive successive — così come il persistere di cure igieniche primarie (lavare personalmente il figlio/a) in età pre-adolescenziale o adolescenziale — configura una sistematica violazione dei confini corporei e psichici. Tali condotte, indipendenti dal sesso del minore, operano una deliberata fissazione evolutiva indotta: la cura viene strumentalizzata come dispositivo di controllo per sabotare i processi di autonomia, impedendo il naturale distacco e bloccando il figlio in una dimensione simbiotica funzionale alla stabilità dell’adulta.
In un simile scenario, il processo di individuazione-separazione viene attivamente ostacolato: l’adulta nega l’alterità del figlio, impedendogli di svilupparsi come soggetto autonomo. Il bambino decade così a oggetto-sé relazionale, strumentalizzato per saturare i vuoti affettivi e le lacune identitarie della figura abusante.
Un’estensione patologica di questo controllo si rintraccia nella Sindrome di Munchausen per Procura, dove l’ossessività per la salute degenera in manipolazione attiva: la madre induce o simula patologie nel figlio per gratificare il proprio bisogno narcisistico di attenzione. In questa dinamica, la medicalizzazione forzata diventa l’estremo strumento di potere per confermare il ruolo dell’abusante come “caregiver indispensabile”, a costo di distruggere l’integrità fisica del minore.

- Il Profilo Narcisistico patologico -Antisociale e/o Maligno: l’identificazione con l’aggressore
All’estremo opposto troviamo strutture caratterizzate da un’organizzazione di personalità narcisistica (narcisismo patologico di gravità medio-alta/alta) antisociale o da un narcisismo maligno, mimetizzate dietro una facciata di rigore o, paradossalmente, di un estremo lassismo educativo. In questo scenario, la violenza non è solo l’esito di una distorsione dell’affetto, ma un agito diretto, sadico e predatorio.
In questa dinamica disfunzionale è possibile vedere con chiarezza il meccanismo di identificazione con l’aggressore come strategia di sopravvivenza psichica.
L’identificazione con l’aggressore, teorizzata da Anna Freud nel 1936 ne “L’Io e i meccanismi di difesa“, è un meccanismo di difesa inconscio attraverso cui la vittima assume i ruoli, i simboli o i comportamenti dell’aggressore per gestire l’angoscia, la paura e il senso di impotenza, trasformandosi da minacciato a minacciante.
In questo quadro, l’abusante può aver o meno rimosso il trauma, ma in entrambe i casi viene operata una scissione dell’Io. Il genitore si identifica stabilmente con la parte “vincente” (l’aggressore), mentre la parte “perdente” (la vittima vulnerabile) viene proiettata e perseguitata nel figlio.
Nelle strutture narcisistiche (da quelle patologiche gravi a quelle anti-sociali), come teorizzato da Otto Kernberg, si osserva un deficit strutturale nelle funzioni del Super-Io. La personalità è dominata da un Sé grandioso patologico che integra in modo armonico tratti antisociali e componenti sadiche egosintoniche.
L’assenza di moralità e di empatia non si configura come una semplice lacuna affettiva, ma come una “lacuna del Super-Io” (o Super-Io ferale) che impedisce la formazione del senso di colpa e del rimorso. In questo vuoto, l’altro perde ogni connotazione di alterità per divenire puro oggetto di manipolazione. La mancanza di integrazione dei precursori del Super-Io porta il soggetto a vivere il potere e la dominanza come uniche misure del valore relazionale: l’empatia è sostituita da una capacità predatoria di decodificare le vulnerabilità altrui al solo scopo di sfruttarle. La sofferenza del minore, in questa cornice, non attiva alcun segnale d’allarme interno, poiché il Sé grandioso dell’abusante si nutre del trionfo sulla vittima per stabilizzare la propria onnipotenza e negare ogni residuo di dipendenza o fragilità.
Proseguendo secondo la prospettiva di Otto Kernberg, si arriva al narcisismo sadico-maligno, una configurazione dove il Sé grandioso si fonde con l’aggressività più primitiva, dando vita a un sadismo strutturale ed egosintonico. In questo quadro, l’esercizio della crudeltà non genera colpa, poiché il Super-Io è stato colonizzato dalle componenti aggressive: la sofferenza del minore diventa così la fonte di un trionfo narcisistico che stabilizza l’Io dell’abusante. L’abusante esperisce un senso di onnipotenza proprio attraverso la reiterazione del trauma sul minore; agire il dolore sull’altro permette di ribaltare attivamente l’impotenza subita nel passato, trasformando il terrore una volta subito in una forma di controllo sovrano. In questa dinamica, il figlio perde ogni statuto di alterità: non è un individuo, ma un oggetto transazionale necessario per regolare il senso di dominio della madre e per evacuare in lui le parti del Sé percepite come vulnerabili o “vittimizzate”. La relazione si trasforma in un teatro di perversione relazionale, dove la distruzione dell’identità del figlio è il prezzo pagato per mantenere l’integrità psichica del genitore.

Secondo la tassonomia clinica di Kernberg, la patologia narcisistica si snoda lungo un continuum di gravità definito dalla progressiva disintegrazione del Super-Io e dall’integrazione dell’aggressività nel Sé grandioso. Si parte dal narcisismo patologico, dove il soggetto sfrutta gli altri per ammirazione ma mantiene una residua capacità di colpa o vergogna. La gravità aumenta nel narcisismo maligno, caratterizzato da un sadismo egosintonico e paranoico in cui il soggetto prova un trionfo onnipotente nel dominare l’altro, pur restando capace di una distorta lealtà verso ideali o figure di potere. Al culmine della gerarchia si colloca il disturbo antisociale, che segna la totale assenza di rimorso e di legami affettivi; la sua forma più estrema è la psicopatia, in cui scompare persino la capacità di idealizzazione e l’altro viene ridotto a pura preda in un vuoto relazionale assoluto, rendendo l’agito predatore privo di qualsiasi partecipazione emotiva o morale.
In questo scenario di grave compromissione narcisistica e antisociale, la funzione genitoriale si muove lungo una polarità distruttiva che oscilla tra il controllo totale e il disinvestimento assoluto. Da un lato, può manifestarsi una dominanza intrusiva e paranoica, in cui il genitore esercita una severità estrema e una vigilanza oppressiva non per proteggere, ma per annullare l’autonomia del figlio, ridotto a una proprietà privata priva di spazio di movimento. All’opposto, questa stessa struttura può declinarsi in un lassismo parassitario, dove il mancato intervento educativo non è espressione di libertà, ma di un radicale disinvestimento morale: il genitore omette le cure e ignora i rischi perché l’altro, se non serve a uno scopo immediato, non ha valore. In entrambi i casi, l’egocentrismo ipertrofico del genitore opera una sistematica erosione dei confini psichici, svalutando o deridendo i pericoli reali del minore o, al contrario, isolandolo dal mondo per garantirsi il possesso esclusivo. Questo inquinamento ambientale espone il figlio a una iper-vigilanza traumatica permanente, costretto a navigare tra l’invasività di un controllo padronale e l’esposizione sconsiderata a situazioni di rischio (stradali, ambientali o relazionali). In questo vuoto di autentica cura, il minore viene forzato a una adultizzazione strumentale regolata dalla logica del debito: il diritto di esistere deve essere continuamente “ripagato” attraverso un tornaconto economico, affettivo o sessuale, trasformando il figlio in un oggetto di profitto da consumare fino all’esaurimento delle sue risorse.
Il Profilo Borderline e Istrionico: la disregolazione e la teatralità
In questo scenario, dove l’organizzazione Istrionica si innesta su una struttura Borderline, la funzione genitoriale implode in un infantilismo morboso e regressivo. La madre non si limita a essere inadeguata: si mette “al pari” del bambino, proiettando su di lui fantasie di accudimento invertito che vanno ben oltre la semplice responsabilità. È una madre che vuole disperatamente essere piccola, che abdica al ruolo adulto per competere con i figli sullo stesso terreno emotivo e fisico. Come suggerito da Otto Kernberg, questa “identità diffusa” porta a una competitività spietata: la madre vive la giovinezza e la vitalità della figlia non come un successo evolutivo, ma come un’offesa personale, una minaccia alla propria egemonia estetica e seduttiva.
Emerge qui una ipersessualità agita come difesa contro l’angoscia di invecchiamento e di morte: il corpo materno diventa un palcoscenico di esibizionismo lascivo, dove la seduzione manipolatoria non risparmia i confini domestici. Questa teatralità ninfomane, carica di bugie patologiche e vittimismo strategico, serve a negare il vuoto interno e a mantenere il figlio incastrato in un ruolo di spettatore/validatore del suo Ego.
Il legame si fa seduttivo e parassitario: la madre “erotizza” la relazione per controllare il figlio maschio o sabota la femminilità della figlia per non avere rivali nel “gioco della bellezza”. Non è solo una richiesta di aiuto, è un vero e proprio furto d’identità: il minore viene costretto a farsi carico dei capricci distruttivi di un’adulta che rifiuta di crescere, lasciandolo intrappolato in un clima di incertezza cronica e morbosità affettiva. La realtà del bambino viene annullata dal bisogno della madre di restare l’unica “bambina” della casa, trasformando la crescita del figlio in un atto di tradimento punibile con il crollo isterico o la rappresaglia emotiva

- Il Profilo Psicotico e Schizofrenico: la frammentazione della realtà
In questo quadro, l’abuso è la drammatica conseguenza di un’architettura di pensiero delirante e di una percezione del corpo totalmente frammentata. La madre non è solo inadeguata; essa abita quello che Ludwig Binswanger definisce come un “progetto di mondo” alterato, dove la struttura stessa della realtà è collassata. In questa alienazione, il figlio perde la sua identità di essere umano separato per essere risucchiato in un sistema bizzarro di riti, fusioni mistiche o deliri paranoici. Non esiste più un confine tra il Sé materno e l’altro: il bambino diventa un’estensione del delirio, un oggetto da manipolare all’interno di una logica che non appartiene più al mondo condiviso.
Il trauma per il minore raggiunge qui il suo apice attraverso la dinamica del doppio legame (Double Bind) teorizzata da Gregory Bateson. La madre psicotica invia costantemente messaggi paradossali e incongruenti: può chiedere amore mentre emana terrore, o convincere il figlio che il mondo esterno sia un pericolo mortale mentre lei stessa lo priva dei bisogni vitali (cibo, igiene, sicurezza). In questa trappola comunicativa, il bambino non può meta-comunicare, ovvero non può segnalare l’assurdità della situazione senza rischiare la distruzione del legame. È costretto a scegliere tra la propria salute mentale e la sopravvivenza relazionale, finendo per accettare la “follia” del genitore come unica verità possibile.
L’ambiente domestico si trasforma in un teatro di mitomanie e paranoie, dove il genitore, immerso in una disorganizzazione del pensiero profonda, può arrivare a coinvolgere il figlio nei propri complessi persecutori contro l’altro partner o la società. La trascuratezza materiale (l’incuria del corpo e dell’ambiente) è lo specchio del disordine interno: come osservato dalla psichiatria fenomenologica, la perdita del “senso comune” impedisce alla madre di riconoscere i segnali biologici elementari del figlio. Il minore cresce dunque in un vuoto di logica, dove la realtà è sostituita da una pseudo-realtà allucinata, condannandolo a una frammentazione psichica che rende impossibile la costruzione di una base sicura.
Ciò che rende estremamente complessa la diagnosi e l’intervento in questi contesti è la capacità di questi profili di mantenere una mimesi sociale impeccabile, nascondendo l’orrore domestico dietro una maschera di normalità o di eccessiva preoccupazione.
Per decodificare queste dinamiche, è necessario distinguere la differenza sostanziale nell’intento psichico che muove l’abuso: mentre la madre infantile, di matrice istrionico-borderline, “invade” il figlio con una modalità parassitaria per nutrirsi della sua esistenza e placare il proprio vuoto, le madri con tratti antisociali o paranoidi agiscono secondo una logica di “attacco” o di “sequestro cognitivo”. In quest’ultimo caso, il figlio non è solo un oggetto da usare per riaffermare un potere onnipotente, ma diventa un soldato arruolato in un sistema di difesa contro un mondo percepito come persecutorio, dove il controllo deve essere totale per garantire la stabilità del delirio lucido materno.
In ogni configurazione, ci troviamo di fronte a una violazione multidimensionale — psicologica, affettiva, relazionale e fisica — che annulla sistematicamente il diritto del minore a una crescita protetta. Questo attacco sistematico ignora totalmente le tappe evolutive, poiché il bambino non è riconosciuto nella sua alterità, ma viene ridotto a una funzione del Sé materno, sia essa sedativa, celebrativa o difensiva. Come suggerito dalla prospettiva fenomenologica, il trauma non risiede solo nell’atto violento in sé, ma nella distruzione del senso di realtà: il minore è costretto a vivere in una pseudo-realtà dove la logica è sacrificata all’esigenza psichica della madre. Comprendere queste distinzioni non è un esercizio teorico, ma la condizione necessaria per interrompere la trasmissione transgenerazionale del trauma e restituire al figlio la possibilità di un’identità separata e autentica.

Abuso intrafamiliare e lealtà traumatica
Nell’abuso intrafamiliare agito da una donna, la gravità clinica è amplificata dalla sovrapposizione tra figura di attaccamento e fonte del trauma. La teoria dell’attaccamento di John Bowlby fornisce una chiave di lettura essenziale: il bambino non può rinunciare al legame senza compromettere la propria sopravvivenza emotiva. La denuncia diventa impensabile.
Si struttura così una lealtà traumatica, in cui il minore protegge l’abusante, rimuove l’esperienza, interiorizza la colpa. Il silenzio non è passività: è adattamento estremo.
Il modello traumatogenico di David Finkelhor consente di comprendere perché l’abuso femminile produca esiti clinici spesso particolarmente complessi. Tradimento, impotenza, stigmatizzazione e sessualizzazione traumatica risultano amplificati quando l’abuso è agito da una donna, perché il contesto tende a disconfermare l’esperienza della vittima.
Il tradimento è più profondo, la vergogna più intensa, la confusione tra affetto e violenza più radicata.
Distorsioni cognitive e Implicit Theories
Un ancoraggio teorico centrale per decodificare questa mimesi è rappresentato dalle Implicit Theories (IT) di Ward e Keenan, che evidenziano come l’abuso sia sostenuto da un sistema di credenze distorte e schemi cognitivi rigidi. Tali mappe mentali — che includono la percezione del bambino come oggetto sessuale, la minimizzazione sistematica del danno, la convinzione di un consenso implicito e l’idea del diritto assoluto al soddisfacimento dei propri bisogni — sono pienamente operative anche nelle donne abusanti. In questo quadro, il minore non è più un soggetto di diritti, ma una funzione all’interno di un’economia psichica deviata.
La differenza rispetto all’abuso maschile non è dunque strutturale o cognitiva, ma puramente culturale e percettiva. Quando queste distorsioni sono sostenute da una donna, interviene un bias cognitivo sociale che tende a “erotizzare” o “umanizzare” la condotta deviata: ciò che nell’uomo verrebbe immediatamente identificato come predazione, nella donna viene spesso derubricato a confusione affettiva, bisogno disperato di contatto o fragilità emotiva.
Questa normalizzazione della distorsione è l’ostacolo più insidioso per la tutela del minore. Leggere l’abuso attraverso la lente della “maternità ferita” anziché della “patologia abusante” significa colludere con il sistema delirante della madre, ignorando che le sue Implicit Theories sono sovrapponibili a quelle di qualsiasi altro abusatore. In questo modo, la cultura del sospetto viene annullata da una cultura del paravento affettivo, lasciando il bambino solo in una trappola relazionale dove il suo dolore è reso invisibile dalla presunta benevolenza del genere femminile.
Para-pedofilia e collusione materna: il punto più disturbante
Accanto all’abuso agito in prima persona, emerge una zona d’ombra clinicamente centrale e spesso difesa da una profonda rimozione sociale: la para-pedofilia femminile. Questa non si configura come una semplice passività, ma come una partecipazione psichica attiva che si manifesta attraverso il diniego, la tolleranza sistematica e, nei casi più gravi, la facilitazione dell’accesso al corpo del minore. All’interno di questa dinamica, la madre non è un testimone inerte, ma un ingranaggio fondamentale del sistema abusante: attraverso una scissione dell’Io, ella riesce a “sospettare e rimuovere” simultaneamente, mantenendo un’apparenza di normalità mentre consegna, di fatto, il figlio all’abusatore.
La para-pedofilia non può essere ridotta a una questione di ordine morale; essa rappresenta un meccanismo difensivo complesso, spesso radicato in una coazione a ripetere di nuclei traumatici non elaborati. In molte di queste madri si riscontra un’organizzazione di personalità dove la paura dell’abbandono, la dipendenza affettiva patologica o il collasso delle funzioni protettive portano a una forma di “cecità psichica” elettiva. Come suggerito dalle prospettive psicodinamiche sulla collusione, la madre sacrifica l’integrità del figlio per preservare un equilibrio relazionale precario con il partner, vissuto come l’unico oggetto in grado di garantire la propria sopravvivenza emotiva o economica.

In questo quadro, il silenzio materno non è un’assenza di azione, ma un’azione di annullamento della realtà del bambino. Senza una lettura clinica che analizzi la dimensione intergenerazionale della sottomissione e l’impotenza appresa di queste figure, il sistema abusante rimane intatto: la madre diventa l’alibi perfetto dell’abusatore, trasformando la casa in un luogo dove il trauma è reso invisibile e, per questo, irrisolvibile. Comprendere la para-pedofilia significa dunque riconoscere che la mancata protezione è, a tutti gli effetti, una forma di abuso multidimensionale che distrugge la base sicura del minore, condannandolo a un isolamento psichico assoluto.
Un contributo fondamentale alla comprensione della psicopatogenesi dell’abuso femminile è offerto dalle ricerche di Myriam Denov, le cui analisi cliniche evidenziano come una parte significativa delle donne abusanti presenti un’anamnesi segnata da gravi esperienze di abuso infantile. Questo dato non deve essere letto come una giustificazione deterministica, bensì come l’espressione di una coazione a ripetere in cui il trauma subito nell’infanzia, non elaborato e scisso dalla consapevolezza, viene riattualizzato nel ruolo di carnefice.
Secondo la Denov, la predatrice agisce spesso all’interno di un sistema di identificazione con l’aggressore: il passaggio da vittima a abusante rappresenta un tentativo patologico di padroneggiare attivamente un’esperienza di impotenza estrema vissuta in passato. In questo quadro, il minore diventa lo schermo su cui la donna proietta le proprie parti frammentate e i propri vissuti di violazione. La ricerca di Myriam Denov sottolinea dunque l’urgenza di una lettura clinica che non si fermi all’atto manifesto, ma che sappia rintracciare le radici dell’abuso in quella catena traumatica dove l’assenza di un intervento riparativo trasforma la vittima di ieri nell’abusante di oggi, consolidando una struttura di personalità che normalizza la violazione come unico linguaggio relazionale possibile.
Vittime maschili, genere e trauma non riconosciuto
Nel caso dei minori di sesso maschile, l’abuso agito da una figura femminile si inserisce in una dinamica di potere e significazione profondamente distorta dai costrutti socio-culturali della virilità. Il trauma non viene solo agito, ma subisce una rielaborazione semantica perversa: l’esperienza di prevaricazione e violazione viene spesso riletta attraverso la lente dell’iniziazione precoce o del “privilegio” sessuale, trasformando la vittima in un presunto beneficiario di un’esperienza di conferma virile. Questa distorsione cognitiva, alimentata da un immaginario collettivo che fatica a riconoscere la donna come predatrice e l’uomo come vulnerabile, agisce come un potente fattore di inibizione del dolore autentico.
L’impossibilità di nominare l’esperienza come “abuso” impedisce la formazione di una narrativa traumatica coerente, costringendo il soggetto a un isolamento psichico devastante. Come evidenziato dalla letteratura sui traumi non riconosciuti (Unrecognized Trauma), ciò che non trova spazio nel discorso e nella validazione esterna tende a cristallizzarsi, diventando una struttura rigida della personalità anziché un evento elaborabile. In assenza di parole per definire l’orrore, il minore interiorizza la confusione tra desiderio e violenza, sviluppando una scissione profonda che compromette la futura capacità di stabilire confini relazionali sani.
La resistenza clinica nell’approcciare queste vittime risiede proprio nella necessità di scardinare il mito della “fortezza maschile”: riconoscere il trauma significa restituire al maschio il diritto alla propria fragilità e alla propria condizione di vittima, sottraendolo a quella narrazione eroica o erotizzata che è, essa stessa, un prolungamento del sistema abusante. Solo attraverso una decostruzione di questi script è possibile permettere al trauma di emergere dal silenzio e trasformarsi in un percorso di integrazione psichica, evitando che l’ombra dell’abuso si trasformi in una coazione a ripetere o in una sintomatologia somatica e identitaria cronica.

Chiusura
Proteggere i minori significa, prima di ogni altra cosa, avere il coraggio di rinunciare alle immagini rassicuranti e alle narrazioni consolatorie sulla natura umana. Una clinica autenticamente adulta non può permettersi “zone cieche”, né può restare ostaggio di stereotipi che scambiano la funzione materna per un’innata e inviolabile garanzia di cura. Laddove la società vede una fragilità da proteggere, la clinica deve saper riconoscere, quando presente, l’intenzionalità distruttiva e la sistematicità della prevaricazione.
Finché l’aggressività femminile — nelle sue declinazioni predatorie, parassitarie o collusive — resterà simbolicamente impensabile all’interno del nostro orizzonte culturale, esisteranno vittime condannate a restare senza parola e senza riconoscimento. La negazione collettiva dell’abuso agito dalle donne non è solo un errore diagnostico, ma una forma di complicità sistemica che lascia il minore in un isolamento psichico assoluto, privato persino del diritto di nominare il proprio carnefice. Restituire verità a queste dinamiche significa rompere il gioco di specchi della mimesi sociale e riconoscere che il trauma non ha genere: ha solo bisogno di essere visto per poter essere, finalmente, elaborato.
** Dati Giudiziari Italia (2024-2025): Il dossier “Indifesa 2024” e le anticipazioni del 2025 di Terre des Hommes, basati sui dati del Servizio Analisi Criminale della Polizia Criminale. Questi documenti certificano il record di oltre 7.000 reati su minori e la parità di genere (circa 50%) nei maltrattamenti in famiglia.
Dati Europei e Gender Gap: I report della FRA (Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali) e le indagini sulla violenza di genere pubblicate da Eurostat (aggiornate al 2024). Questi studi evidenziano come la denuncia ufficiale sia solo la punta dell’iceberg rispetto all’esperienza reale.
Dati Clinici e Retrospettivi (il 10-20%): studi epidemiologici internazionali condotti attraverso interviste a campioni di adulti (come i lavori di Finkelhor o le indagini retrospettive condotte in ambito UE e dall’OMS). Queste ricerche mostrano che, quando si interrogano le vittime fuori dai tribunali, il coinvolgimento di figure femminili nell’abuso emerge con frequenza molto più alta rispetto alle statistiche di polizia.
Maltrattamento e Accessi al Pronto Soccorso: Rapporti ISTAT 2025 (“La violenza contro i minori: accessi al pronto soccorso e ricoveri”) che analizzano la distribuzione di genere degli abusanti e delle vittime, confermando come la “trascuratezza” e l’abuso psicologico siano le aree in cui la figura femminile è più presente.
Riferimenti Bibliografici e Fonti Cliniche
- Donne autrici di abusi sessuali: una rassegna critica della letteratura – Female sex offender: a critical review of the literature – Letizia Caso, Tania Da Ros, Consuelo Matano
- Ferenczi, S. (1932). Confusione delle lingue tra gli adulti e il bambino. In: Fondamenti di psicoanalisi, Vol. III, Guaraldi, Rimini. (Testo fondamentale per il profilo infantile-narcisistico e l’abuso covert).
- Finkelhor e Saradjian (1996), Women Who Sexually Abuse Children.
- Finkelhor, D., & Russell, D. (1984). Women as perpetrators. In: Child Sexual Abuse: New Theory and Research. Free Press. (Analisi pionieristica sul “numero oscuro” e la negazione sociale dell’abuso femminile).
- Freud, A. (1936). L’Io e i meccanismi di difesa. Giunti-Barbera, Firenze.
- Gabbard, G. O. (2014). Psichiatria psicodinamica. Raffaello Cortina Editore.
- Green, A. (1980). Narcisismo di vita, narcisismo di morte. Borla, Roma.
- Kernberg, O. F. (1992). Aggressività, narcisismo e autodistruttività nella relazione psicoterapeutica. Raffaello Cortina Editore.
- Motz, A. (2008). The Psychology of Female Violence: Crimes Against the Body. Routledge. (Analisi clinica del sadismo femminile e degli attacchi diretti al corpo).
- Saradjian, J. (1996). Women Who Sexually Abuse Children: From Research to Clinical Practice. Wiley. (Testo chiave per il profiling empirico, l’integrazione sociale delle offender e la casistica antisociale/borderline).
- Welldon, E. V. (1988). Madre, Madonna, Puttana. La idealizzazione e denigrazione della maternità. Bompiani (o edizioni successive). (L’opera più importante sulla perversione al femminile e l’uso del figlio come oggetto perverso).
[1] 2011 Mar-Apr;34(2):122-6. doi: 10.1016/j.ijlp.2011.02.006. Epub 2011 Apr 8. Review on female sexual offenders: findings about profile and personality – Christos Tsopelas 1, Spyridoula Tsetsou, Athanasios Douzenis